Dicono di me…ATTO TERZO

LA FOSSA

Nella prima scena del quinto atto dell’Amleto, il principe di Danimarca incontra al cimitero quelli che, nella sceneggiatura originale del testo, sono definiti due “clown”. Cantando, uno di loro scava una fossa.
La scena è evidentemente costruita sul paradosso.

Il luogo del dolore e del silenzio è abitato dal canto del buffone, che sarebbe deputato a far ridere. Amleto si rivolge al clown e gli chiede a chi sia destinata la sepoltura. Inizia quindi un dialogo che Shakespeare intesse attorno al significato equivoco del verbo “to lie”: in inglese, può significare infatti sia “giacere”, sia “mentire”.

Il clown giace nella fossa, ma allo stesso tempo sta mentendo in essa, dicendo che la fossa è per lui. Evidentemente non vuole rispondere allo sconosciuto. Ma sta scavando per Ofelia, la ragazza che avrebbe dovuto “giacere” con Amleto, come sua promessa sposa, e che invece, a causa della menzogna di Amleto che si finge folle, si è uccisa.

Amleto inscena il folle, e così è di fatto lui a diventare un clown.
Ma non solo: è lui ad affossare Ofelia, trasformandosi dunque anche in un becchino. Mentre l’umile lavoratore, buffone incolto, si mostra qui come il vero saggio.

Già in apertura della scena la discussione tra i clown sul perché una donna colpevole di suicidio potesse avere sepoltura cristiana aveva rivelato l’acume del becchino, e aveva chiamato in causa ulteriori paradossi.

William Shakespeare

Attraverso le sue parole, infatti, Shakespeare introduceva una critica sociale (si dà sepoltura ad Ofelia perché è nobile, anche se di diritto non le spetterebbe); ma anche una critica più profonda ai sofismi legalistici dei tribunali – giocando, come farà poi anche Manzoni, collatinorum.

"Vengono smascherati in questo modo i limiti del diritto stesso, e soprattutto le pretese di voler giudicare sul bene e sul male: chi può permettersi di valutare l’atto di Ofelia, le motivazioni intime delle azioni umane?"

Come non manca di notare il clown-becchino: la ragazza stava veramente “offendendo” se stessa, togliendosi la vita? O non si stava piuttosto “difendendo”, non stava tutelando la sua dignità, il suo cuore e il suo amore, la sua ragione di vita?

In questa scena, perciò, tutto è doppio e ambiguo: amore e morte, verità e menzogna, risa e dolore, buffoni e becchini, saggezza e follia, giustizia e arbitrio, dentro e fuori la fossa.

Nel corso del dialogo, Amleto afferma: “Quant’è preciso questo furfante. Dobbiamo parlare a puntino o ci batte sull’equivoco.” Tutto qui è doppio, ogni cosa ha il suo opposto, e si tramuta e ribalta incessantemente.

La finzione scenica e la realtà. La maschera e la nuda vita. Essere, non essere. Ma forse proprio qui – ossia nel doppio, nell’equivoco – troviamo la prima chiave di accesso alla verità. Assumere l’ambiguità e il continuo rivoltarsi di tutto nel proprio opposto. Come avviene nell’azione dei clown, che mettono sottosopra il mondo. Come d’altronde mostra anche proprio il destino ineluttabile di morte che segna ogni vita.

Proprio qui – nel doppio, nell’equivoco – si capisce, infatti, come abbiamo detto, la verità sulla povera Ofelia, vittima e non colpevole. Ma proprio qui anche il clown-becchino vede in faccia il suo destino: salta fuori infatti il teschio di un altro clown, ossia Yorick, il buffone del re, “uomo d’un brio inesauribile”.
Quello Yorick che – equivoco nell’equivoco – verrà poi erroneamente associato, nella storia del dramma, al celeberrimo monologo sull’essere che invece è altrove nel copione.
Quello Yorick che è destinato, come tutti, a diventare polvere, come Alessandro magno, come Giulio Cesare. Come Amleto stesso. Anch’egli vede in questo momento il suo destino di morte, che si compirà nella scena successiva.

Ciononostante, non viene fornita – né qui, né al termine – una risposta definitiva al senso del dramma.

william shakespeare fabiana gariglio dicono di me la fossa

È la tragedia dell’irresolutezza?

Il tema sono la giustizia e la vendetta?
Oppure Shakespeare ha inconsciamente messo in scena il complesso di Edipo?
Non si ha la risposta.
È come se Amleto invitasse anche lo spettatore – come fa ripetutamente con se stesso – alla pazienza e al rinvio.

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