Dicono di me…QUARTO ATTO

L'ANIMA

Oppure, appunto, Amleto è la tragedia dell’equivoco.
Forse non è un caso che, come detto, al teschio di Yorick e dunque alla scena dell’equivoco si associ il monologo, centrale e decisivo, sull’essere.

"Solo accettando il doppio si trova l’unità e l’unicità."

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Amleto lascia aperta la domanda sul senso della sua vicenda.

Nel teatro l’ultima parete, pur presente, è aperta.
Non è né chiusa da una risposta che nega alla realtà la possibilità di scoprire un senso; né infranta da una risposta che pretende di avere in tasca il significato di tutto, svelando maschere e alle apparenze.
Il baule si riempiva e vuotava ogni volta di nuovo.
Il senso si lascia scoprire passo passo, ma ad ogni passo sta anche un un passo oltre.

Allora, anche qui, in questo ritratto di Fabiana, il quarto atto non può che essere aperto e infinito.
Dal teatro, il percorso di Fabiana è saltato alla vita.
Un salto inevitabile; eppure un salto incredibile e tutt’altro che scontato: perché ha comportato il rimettersi completamente in gioco.
Un salto mortale ma vitale. Dal teatro capito e vissuto nella sua verità più profonda, ossia dal teatro come scuola di vita, non si poteva che andare all’esistenza stessa.
Eppure, in mezzo c’era una parete, una fossa.
Dal teatro come doppio della vita, all’unicità della vita stessa.
Dal teatro come luogo che abbraccia, all’abbracciare la vita, e le vite degli altri.

Fabiana possiede quella che mi sento di chiamare la “religione della verità”.

Un culto, un amore spassionato per l’urgenza di ciò che le si manifesta come vero. Una trasparenza e una limpidezza di intenzioni, desideri e volontà. Con il coraggio – rarissimo – di seguirli sempre.

Fabiana ha seguito e segue il percorso di apertura illimitata, le vie dell’infinito, l’apertura dell’ultima parete, il fondo senza fondo del baule. Come i suoi gesti sul palcoscenico – puliti e tesi, ma mai violenti; sinceri, ma mai sfacciati – così i suoi atti.
Nella sua pratica e nei suoi percorsi di sostegno, accompagnamento e guida, l’anima e il corpo trovano accoglienza.

ANIMA E CORPO

L’anima incontra il corpo e il corpo trova anima.
Il doppio trova unità.

L’infinito prende il suo spazio materiale e la fisicità si apre.
Come sul palcoscenico, come nel baule.

Come nella fossa.
Ci si giace – e si mente – se la si riduce alla sua dimensione parziale.
Si mente – e si giace nella fossa – se si vede un orizzonte chiuso e limitato, se si guarda il mondo da dentro la buca che ci siamo scavati.

Al contrario, anche la fossa diventa occasione di verità e di vita se compresa nella sua natura sempre e comunque duplice. Proprio la morte, proprio la finitezza, proprio la fossa, sono la prospettiva che ci permette di alzare lo sguardo verso l’infinito.
Se non fossimo consapevoli del nostro destino di morte, non avremmo nemmeno quella coscienza che ci apre all’ulteriorità, che ci dà pensiero e voce.

Al sapere di morire, si accompagnano nella vita la parola, lo spirito e l’anima.
In modo misterioso, è proprio la finitezza del viaggio che permette la sua apertura all’infinito.

Il baule è pieno quando è vuoto.
L’ultima parete non è infranta, ma è aperta.

FINE

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